Leader vs Capo: le vostre testimonianze

Poco tempo fa ho pubblicato un articolo sulla fantomatica figura del leader, questa volta la “palla” passa a voi.

Ho raccolto due testimonianze, una di chi ha avuto la “fortuna” di incontrare sul suo cammino un vero Leader, l’altra di chi combatte tutti i giorni per non soccombere ad un capo poco leader e molto autoritario.

z3j79yMa andiamo con ordine e facciamo un breve excursus sull’altro lato della medaglia, quello del capo fantozziano che tutti temiamo e che sovente incontriamo sul nostro cammino.

Quali sono le sue caratteristiche? E cos’è che lo rende così diverso dal leader di cui abbiamo parlato?

Per prima cosa basterebbe prendere tutte le caratteristiche del vero leader e volgerle al contrario!

bad-leaderIl capo autoritario (non autorevole, quella è una caratteristica del leader) non sa comunicare in modo efficace: alza la voce, aggredisce, svaluta, demansiona ai primi problemi, punisce, non da rinforzi positivi e non loda il lavoro ben fatto, riprende i propri dipendenti di fronte ad altri, non spiega le proprie ragioni, non da soluzioni alternative, non è in grado di delegare, non è attento al benessere collettivo etc…

Egli va contro tutte le regole di una comunicazione efficace in azienda…se in questo caso di “comunicazione” si può parlare, infatti nella maggior parte dei casi in queste realtà non esistono strumenti e modalità comunicative efficaci, non c’è una policy, non ci sono regole scritte e (molto spesso) i ruoli e le mansioni sono confusi e non condivisi.

Molto spesso il dipendente deve “tirare ad indovinare” cosa deve fare e come, come se avesse una sfera di cristallo ad indicargli il cammino.

In alcuni casi tutto ciò si trasforma in veri e propri casi di mobbing (che approfondiremo in un altro articolo), difficile da provare e ancora più difficile da gestire.

e429cc2ec1647fc3f8b76b4dcb488752_XLDopo questa breve introduzione, leggiamo le parole di una persona che si trova in prima persona a vivere una situazione “difficile” (anche se questo termine sembra riduttivo) a lavoro. Il suo nome è Mario, 40 anni, laureato, convivente senza figli.

Mario, ci vuoi raccontare che tipo di lavoro svolgi? 

Sono un impiegato amministrativo full time a tempo indeterminato nell’area risorse umane di una media impresa di servizi dell’Italia centrale. Opero in un gruppo di lavoro costituito da 3 risorse. Il mio lavoro è un tipico lavoro da ufficio, tanto tempo al pc e al telefono. Tra dipendenti e consulenti dobbiamo occuparci della gestione di circa 250 persone.

Come è il tuo capo? Leader o semplicemente “capo”?

Se leader vuol dire una persona in grado di guidare, ispirandolo, il lavoro degli altri…ecco, del leader non ha assolutamente nulla. Il mio capo è una donna autoritaria e sgradevole anche se, finché non sei costretto a trascorrerle molto del tuo tempo vicino, può apparire una colta, intelligente e persino spiritosa. Il mio sarebbe un lavoro gratificante se lei fosse diversa. Amo quello che faccio ma odio come sono costretto a farlo.

Quali caratteristiche ha che la rendono tale?

La prima cosa che mi viene in mente è che confonde la paura con il rispetto. 

E’ controllante e non lascia spazi di autonomia decisionale neanche alle persone che lavorano lì da molto tempo e sarebbero perfettamente in grado, avendone le competenze, di assumersi la responsabilità del proprio lavoro. Se lei ha stabilito di operare in un certo modo, tu devi eseguire. Anche se si tratta di agire contro il buonsenso o in modo palesemente sbagliato.

Non si mette mai in discussione, trattando i suoi dipendenti come oggetti di proprietà. Lo stipendio non costituisce il giusto compenso per il lavoro svolto e il valore portato in azienda, piuttosto la moneta di scambio che l’autorizza ad appropriarsi della tua vita a 360°. Ciò che lei chiama “flessibilità” è in realtà invasione del tuo spazio personale: la sera, nei weekend, durante le ferie o in malattia. Devi esserci sempre e comunque. E per quanto tu possa fare, non vieni mai valorizzato o premiato, anche solo con un complimento, per il buon lavoro svolto. Però se fai un errore…beh, in quel caso puoi sentire le urla a Km di distanza perché non è in grado di avere reazioni proporzionate agli eventi, basta una sciocchezza per farla scattare.

Tutto diventa una questione personale, si sente attaccata per il solo fatto che non sei d’accordo con lei e quindi reagisce attaccandoti a sua volta. E’ molto umorale, un momento si comporta come la tua migliore amica…un attimo dopo sembra pronta a buttarti fuori.

Non definisce mai obiettivi chiari e linee guida. Ogni volta che si presenta una situazione, non puoi contare sull’esperienza pregressa per scegliere come comportarti perché le decisioni si prendono in base al suo stato interno del momento, con la pancia e non con la testa.

Si circonda di persone che sono in grado di coccolare il suo ego e se nel cammino incontra qualcuno con una sua personalità, idee chiare e delle ambizioni finisce inevitabilmente che cerca di tenerlo al suo posto e, se non ci riesce, arriva a isolarlo fino a liberarsene. Divide et impera è il suo motto.

E ha bisogno sempre di un capro espiatorio in ufficio. Quando la persona designata non ce la fa più e se ne va, è il momento che gli altri tremano perché non si sa a chi potrà toccare.

Raccontaci di un episodio di cui sei stato “vittima”

Per la mia formazione e il mio carattere, sono riuscito per molto tempo a gestire il rapporto con lei in maniera “sana”, anche se con fatica e molto impegno da parte mia.

Poi abbiamo avuto una divergenza sul piano etico. Non mi sono trovato allineato su alcune scelte che, a mio avviso, erano al limite della vertenza e mi sono opposto dicendo chiaramente come la pensavo. Ovviamente, c’era da aspettarselo, il suo atteggiamento nei miei confronti è subito cambiato. Ha iniziato ad avere un comportamento freddo e distaccato. Devo dire che non siamo mai arrivati a uno scontro acceso e non sono volate parole grosse, come in altre occasioni mi è capitato di assistere; ma si è comportata in maniera decisamente più subdola: mi ha anticipato scadenze a sorpresa, mi ha estromesso da informazioni necessarie per poter svolgere bene il mio lavoro, mi ha contestato via mail con colleghi e colleghe in copia insinuando errori o comportamenti inappropriati da parte mia, mi ha affidato incarichi complessi in tempi strettissimi costringendomi a molte ore di straordinario, mi ha negato un riconoscimento che mi spettava facendomi scavalcare da colleghi con minore anzianità di servizio di me nonostante negli anni precedenti io fossi stato individuato come best performer. Insomma, sono rimasto con il cerino in mano del capro espiatorio.

Come ti senti quando ti trovi in queste situazioni?

Tenerle testa è sfiancante, il più delle volte la strategia migliore e farsi scivolare addosso tutto. Quando si tratta di trovarsi estemporaneamente in situazioni del genere, di solito è sufficiente tenere un profilo basso e fare quel che dice senza neanche discuterci troppo. Ma quando sei preso di mira la questione cambia. Ti senti frustrato e impotente, soprattutto quando i comportamenti lesivi non sono così eclatanti. Rimani attonito a chiederti se sei tu a esagerare perché ormai demotivato e insoddisfatto. L’umore è altalenante ma dominano i sentimenti negativi e anche il fisico ne risente (mal di testa, stanchezza perenne, bruciori di stomaco). Cerchi di ritagliarti degli spazi di benessere con i colleghi e di evitare il più possibile situazioni di scontro diretto, ma non è facile.

Questo è il tuo primo lavoro? Se no, come erano gli altri capi?

E’ il primo lavoro da dipendente, stabile e di lunga durata. Ho avuto altri capi, non sempre leader ma neanche così instabili. Mi sono capitati capi con un atteggiamento rigido e autoritario, ma avevano dalla loro una grande competenza. Sarà che ero anche più giovane e inesperto, ma il fatto che avessi tanto da imparare da loro mi rendeva meno pesante avere a che fare con un carattere spigoloso. In ogni caso nessuno prima aveva mai sorpassato i limiti del decoro. Ho avuto anche capi senza nessun polso né competenza. Con loro è altrettanto difficile perché sei costretto ad assumere su di te un peso che va ben oltre il tuo ruolo. Se sei una persona con un forte senso di responsabilità puoi rimanerne schiacciato. I rapporti fra colleghi si deteriorano più facilmente perché nulla è definito e si alimentano atteggiamenti di prevaricazione o, al contrario, di deresponsabilizzazione. Mi rendo conto che essere leader è una grande responsabilità ed è un ruolo in cui molti si trovano senza esserne minimamente portati. O preparati.

Cosa ti senti di dire/consigliare a chi ti legge e vive la tua stessa situazione?

La cosa più importante è non dubitare mai di sé e del proprio valore. E’ il capo che si comporta così quello sbagliato, non noi. Inoltre, è bene evitare di riversare sulle persone che ci sono vicine il malessere accumulato sul luogo di lavoro: i rapporti con gli amici, la famiglia, il partner, i colleghi con cui andiamo d’accordo sono il vero fattore di protezione. Se ci isoliamo e allontaniamo gli altri con il nostro comportamento scostante e perennemente arrabbiato e lamentoso diventiamo più vulnerabili. Non significa non parlarne, ma farlo sempre in modo costruttivo. E comunque distrarsi e dedicarsi ai propri interessi, fare cose piacevoli in compagnia fa bene!

In questo possiamo facciamoci aiutare. Quando mi sono reso conto che la situazione lavorativa stava prendendo il sopravvento e stava inquinando anche la mia vita fuori dal lavoro, ho scelto di iniziare un percorso di psicoterapia. Mi aiuta ad avere un luogo protetto e professionale in cui riversare la negatività, stabilire dei confini, mettere in ordine i pensieri, rielaborare le emozioni e le false credenze, maturare decisioni importanti che, viceversa, rischierei di prendere d’impulso, senza la lucidità necessaria.

Vuoi aggiungere altro?

Aggiungo solo che la questione è ancora troppo lasciata nelle mani del singolo, che è vittima e spesso non ha gli strumenti per contrastare certe situazioni. Ma quella degli ambienti di lavoro ad alto livello di conflittualità e malessere è una faccenda sociale e politica. Lasciare il lavoro spesso diventa l’unica via d’uscita, ma in un mercato del lavoro sempre più fermo, dove un lavoratore di 40 anni non è appetibile nonostante esperienza e competenze maturate, prendere questa decisione è difficile e si finisce per subire fino ad ammalarsi.

Perché la sicurezza sul lavoro non passa solo dalla prevenzione degli incendi e dall’uso dell’abbigliamento antinfortunistico. Passa anche da un contesto che favorisce il benessere e la realizzazione professionale.

Certi “capi” possono comportarsi così perché nella maggior parte dei casi non ci sono conseguenze ai comportamenti lesivi della dignità delle persone. Dimostrarli è ancora troppo difficile. Ottenere testimonianze da parte dei colleghi, praticamente impossibile perché la paura di rimanere – padri e madri di famiglia – senza una fonte di reddito fa paura. Finché esiste questo divario di potere fra il datore di lavoro e il lavoratore assisteremo a situazioni come quella che ho descritto. E invece il lavoratore ha bisogno del lavoro tanto quanto il datore di lavoro ha bisogno delle competenze del lavoratore per mandare avanti la sua impresa. Un datore di lavoro senza lavoratori non è nessuno. Da solo non può crescere, non può realizzare nulla e si estinguerebbe, nell’accezione darwiniana del termine. Quando cade la leva della paura, il “capo” smette di essere carnefice e si trasforma in un poveraccio.

champion-leaderOra invece lasciamo la parola a chi ha avuto la “fortuna” di lavorare per un Leader, una persona che manifesta le caratteristiche discusse nel precedente articolo.

Il suo nome è Sandro e ha 41 anni.

Sandro, ci vuoi raccontare che tipo di lavoro svolgi? 

Lavoro per un’azienda che si occupa di Bonsai. Il nostro lavoro si svolge prettamente online tramite vendita per corrispondenza, ma serviamo il cliente anche nel nostro piccolo centro (Pagine Verdi Bonsai).

Personalmente mi occupo di tutto quello che riguarda le spedizioni, il ricarico del magazzino e il servizio clienti. Siamo in due, io e il mio capo, dove lui oltre che aiutare in tantissimi aspetti il sottoscritto si occupa dell’organizzazione e dei rapporti con i fornitori.

 Come è il tuo capo? Leader o semplicemente “capo”?

Entrambi. Il rispetto è stato sempre uno dei valori a cui ha sempre tenuto, quindi ho capito sin dai primi momenti quanta importanza desse a questo valore facendo attenzione (io), anche oggi, a considerarlo fondamentale per un sano rapporto. Questa è la forma più simile a “capo” che ho di lui, il leader è tutto il resto, con i suoi difetti come tutti.

Quali caratteristiche ha che lo rendono Leader?

Le caratteristiche principali sono la capacità di ascolto, la resilienza, la saggezza, la cultura.

Raccontaci di un episodio in cui si è espresso come Leader

Gli episodi che potrei raccontare sono quotidiani, sin dall’approccio comunicativo che ha con me quando mi deve spiegare un compito da svolgere, quindi giornaliero. Quello che mi è rimasto nel cuore è stato quando ho iniziato a soffrire di problemi alla schiena. Da quel momento non mi permette più di svolgere lavori impegnativi, come pacchi pesanti o scarichi di merce, occupandosene personalmente.

Immagino che vi “riprenda” anche lui quando non fate un buon lavoro, in che modo?

Di discussioni ce ne sono state, come in ogni rapporto che si rispetti. Quando commetto degli errori la frase che usa maggiormente è “la prossima volta fai più attenzione”. Difficile che perda le staffe, è spesso molto saggio nel farmi capire che ho mancato di concentrazione, responsabilizzandomi più che rimproverandomi.

Questo è il tuo primo lavoro? Se no, come erano gli altri capi?

Ho svolto tanti lavori, ma tutti in giovane età, ora sono 19 anni che lavoro in questa azienda e i vecchi capi quasi non me li ricordo più…sicuramente l’età, i lavori che ho svolto e anche un po’ l’ignoranza con cui mi sono confrontato mi hanno aiutato a dare un valore maggiore al lavoro che tutt’oggi svolgo e sopratutto alla persona che mi ha dato questa opportunità.

Cosa ti senti di dire/consigliare a chi ti legge e non ha avuto la tua stessa “fortuna”?

Più che consigliare posso solo augurare di avere fortuna, perché solo ascoltando quello che avviene “fuori” dal mio contesto mi accorgo di quanto poco rispetto ci sia oggi nel mondo del lavoro. Penso di poter dire che i miei diritti sono riconosciuti, ma non posso però dimenticare anche i miei sacrifici, le mie responsabilità e la mia serietà, perché se è vero che il mio datore di lavoro è un leader, è altrettanto vero che affianco ha un dipendente serio di cui potersi fidare, e questo è un grosso vantaggio per chi svolge il mestiere dell’imprenditore. Quindi molto dipende anche da noi, rispetto porta rispetto, causa-effetto…insomma, un po’ di questa bontà bisogna pur meritarsela.

Ringrazio personalmente Mario e Sandro per la disponibilità e per la voglia di mettersi in gioco. Spero che le loro testimonianze possano esservi utili – anche se mi rendo conto che è un articolo molto lungo – e vi invito a condividere la vostra storia!

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Informazioni su Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica. Formatrice e docente. Socia fondatrice dell'associazione Psicoius
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2 risposte a Leader vs Capo: le vostre testimonianze

  1. Oriana ha detto:

    Ho avuto una responsabile “capo” 12 anni fa. Per fortuna ho presto trovato un altro lavoro.
    Pretendeva il controllo su tutto, persino sui tempi per andare in bagno per il quale ci erano concessi circa 3′, trascorsi i quali veniva a bussare con la scusa che quel tempo era sufficiente per fare pipì… oltre i 3′ voleva sincerarsi che non stessimo male (in realtà voleva controllare che non stessimo parlando al cellulare, vietatissimo tenerlo acceso durante l’orario di lavoro).
    Vietava il dialogo tra colleghi terrorizzata dall’idea che si parlasse male di lei (sì, parlavamo male di lei, visto il suo comportamento) ed era, di conseguenza, vietato tenere le porte degli uffici chiuse.
    Gli straordinari erano una gentile concessione che l’azienda ti faceva per farti guadagnare qualche soldino in più… testuali parole.
    Si lavorava anche con lo scanner… e, dopo 1 anno e mezzo, avevo la spalla dolorante. Mi faceva male quando sollevato il coperchio. Le ho chiesto se, per qualche tempo, poteva assegnarmi lavori diversi (che c’erano e sapevo fare anche bene, lo diceva pure lei). Mi ha risposto di no. Chiaramente, non riuscendo proprio ad usare quel braccio, la sera stessa sono andata dal medico che mi ha prescritto diversi esami e 10 giorni di malattia (per l’infiammazione in corso). Ha richiesto il controllo dell’INPS che ha confermato i 10 giorni di malattia trovando la mia spalla decisamente infiammata.
    Due mesi dopo ho trovato un altro lavoro e ho dato le dimissioni. Insieme ad altre 6 persone.
    In un mese ci siamo licenziati in 7 su 10.

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    • Cara Oriana, grazie per la tua testimonianza e per la voglia di raccontarla a me/ noi.
      Posso immaginare quanto sia stato difficile riuscire a sostenere quella situazione e sono felice che tu sia riuscita a reagire e che abbia avuto la possibilità di cambiare lavoro.
      Una tua frase mi ha fatto molto riflettere…hai esposto in pieno quella che noi, in terapia strategica, chiamiamo “profezia che si autodetermina”: il tuo capo, avendo paura che voi parlaste male di lei, con il suo comportamento, ha proprio realizzato la profezia di cui aveva più paura. questo dimostra il potere che abbiamo sulla nostra vita, sia nel bene che nel male.
      un in bocca al lupo per tutto ed un caro saluto

      Piace a 1 persona

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