Hikikomori (Pt.6): L’importanza del sostegno per la famiglia

[Articolo scritto congiuntamente dalla Dott.ssa  Rosanna D’Onofrio e dalla Dott.ssa Chiara Illiano]

 

AdobeStock_terapia-fam-1024x680Nel precedente articolo abbiamo affrontato la famiglia dell’hikikomori e ipotizzato alcune correlazioni con l’insorgenza del fenomeno. In questo vogliamo trattare l’importanza del supporto psicologico dell’intero nucleo familiare e soprattutto, laddove è presente, della coppia genitoriale.

Sono molti ormai a sostenere il ruolo fondamentale della famiglia tra le possibili cause del ritiro. Quando un individuo sceglie volontariamente di isolarsi, lo fa nel posto che ritiene più sicuro, lo fa in casa propria, nella propria cameretta che diventa la zona franca dove poter portare avanti il proprio progetto di vita.

Questa chiusura verso il mondo esterno, specialmente nei casi gravi di ritiro, crea delle ripercussioni su tutto il sistema famiglia soprattutto per quanto riguarda le dinamiche relazionali ed affettive. Tutto ciò crea, nelle figure genitoriali, un sentimento di impotenza. I genitori sperimentano angoscia e paura, sono disorientati e non capiscono come mai quel figlio tanto bravo, socievole e attivo, improvvisamente decida di cambiare, di abbandonare la scuola o il lavoro, le attività sportive, allontanare il gruppo dei pari, in favore di un mondo tutto suo fatto di relazioni virtuali e di attività confinate all’interno delle mura domestiche.

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Hikikomori (Pt. 5): La famiglia

[Articolo scritto congiuntamente dalla Dott.ssa  Rosanna D’Onofrio e dalla Dott.ssa Chiara Illiano]

Nuovamente-attivo-il-Centro-Ascolto-per-la-FamigliaQuando si tratta il fenomeno dell’Hikikomori è impossibile non considerare la struttura familiare. Nel nostro lavoro e nel nostro studio abbiamo riscontrato delle differenze sostanziali tra la famiglia dell’hikikomori giapponese e la famiglia dell’hikikomori italiano. In questo articolo partiamo da un’analisi della famiglia dell’hikikomori giapponese per poi arrivare all’analisi della famiglia dell’hikikomori italiano.

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Le 8 regole per migliorare l’autostima dei propri figli

autostima-bambiniUltimamente incontro spesso genitori che mi (e si) rivolgono più o meno la stessa domanda: come posso migliorare l’autostima di mio/a figlio/a? Come qualcuno potrà ben immaginare, non è un processo facile, soprattutto quando la giovane persona in questione è ormai adolescente o adulta e la sua autostima si è già in parte (o completamente) strutturata.

Ma facciamo un passo indietro: cos’è l’autostima? In un precedente articolo avevo trattato proprio questo argomento affermando che

Il termine autostima  significa avere una buona immagine di sé, apprezzarsi ed essere consapevoli delle propri effettive capacità.

Avere una buona autostima permette di sentirsi “bene”, appagati, di avere un buon rapporto sia con sé stessi che con gli altri ma non solo; essa permette di impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi che vengono visti come possibili. Queste componenti influenzano ogni aspetto della vita sia individuale che relazionale e lavorativa.

L’autostima è qualcosa di appreso, inizia a costruirsi dalle primissime esperienze di vita e trae nutrimento dai feedback ricevuti nel corso degli anni. Essa ha un andamento oscillatorio, cambia nel corso del tempo; ha una componente cognitiva, affettiva e valutativa ed ha una stretta correlazione con il concetto di “identità”

Questo non significa, quindi, che non si possa agire se non nei primi anni di vita, ma solo che sicuramente “lavorare” sull’autostima dei propri figli sin dall’inizio facilita di molto le cose sia per il bambino che per i genitori.

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Hikikomori (Pt. 4): L’Hikikomori è una patologia? Tra disagio e aspetti di personalità

Ma quindi l’ Hikikomori è una psicopatologia?

Hikikomori è una condizione, un modo di essere, non un sintomo di un disturbo psichiatrico (Saito, 2003).

La quasi totalità della letteratura internazionale sostiene che Hikikomori non è una patologia ma una condizione, un fenomeno sociale che può riguardare ogni società economicamente sviluppata.

isolamento-300x237Hikikomori non è solo una passiva reazione ad una società patologica ma potrebbe essere un atto intenzionale di scoperta del Sé (Rubinstein, 2016). Chi diventa Hikikomori lo fa per costruire una narrativa personale significativa in un percorso privo di confusione e stress, essere Hikikomori attribuisce alla persona una definizione di ruolo attraente (Rosenthal, Zimmerman 2013) in cui esplorare se stesso, gli altri e la società in generale. In alcuni casi l’Hikikomori può essere visto come una conveniente e chiara scelta di non essere coinvolto in un conflitto tra aspettative comportamentali contrastanti: da una parte la spinta della società (e aggiungiamo della famiglia) a realizzarsi e dall’altra parte la stessa società che ci prospetta un futuro incerto, prive di sicurezze economiche e sociali. Di fronte a tutto questo l’ Hikikomori sceglie attivamente (non passivamente) di non partecipare a questo conflitto e di tirarsene fuori.

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Hikikomori (Pt.3): Quali sono le cause e come si diventa isolati sociali?

100057190-8be4a7dc-a618-4693-ad40-4f03d044c798Nei precedenti articoli abbiamo affrontato il fenomeno descrivendo le caratteristiche principali, ora entriamo un po’ più nel dettaglio di ciò che porta una persona a ritirarsi dalla vita sociale e come si sviluppa questo isolamento

Ma come si diventa Hikikomori?

Per Tamaki Saito può essere per puro caso: Chiunque può diventarlo, anche se alcune persone affermano il contrario. Può cominciare per il semplice caso. L’atteggiamento dei genitori nei tuoi confronti, la scuola che frequenti, dove vivi… tutti questi fattori combinati assieme posso portare a farti diventare un hikikomori o meno.

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Hikikomori (Pt. 2): Cosa significa fenomeno sociale?

BN-GP883_LAB_il_P_20150126115808Come affermato nel precedente articolo, l’ Hikikomori è una spinta all’isolamento causata da pressioni sociali presente potenzialmente in tutti i paesi economicamente sviluppati. Ma cosa significa questo? Cosa si intende per pressione sociale e fenomeno sociale?

Come nella maggior parte dei casi, ogni tipo di disagio non può essere letto esclusivamente su un versante individualista: siamo esseri sociali ed in quanto tali inseriti in un sistema di comunicazioni e di relazioni.  Ed è con questo sistema che dobbiamo fare i conti: la causalità non è di tipo lineare, bensì circolare, quindi tutti gli attori in gioco (individuo, famiglia, pari e società) influenzano il sistema e ne sono influenzati.

Quando si parla di pressione sociale si intendono tutte quelle spinte di realizzazione presenti nelle società economicamente sviluppate: ricerca del successo, conformità al gruppo, essere i numeri uno a scuola, nel gruppo di pari, nel proprio lavoro e nella propria realtà relazionale.

In Giappone, come vedremo, tutto questo è ancora più evidente e ricercato: la pressione è fondante dell’intera cultura nipponica. Ma facciamo un passo indietro.

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Hikikomori (PT.1): Caratteristiche del fenomeno

Hikikomori-ItaliaEra da poco passato l’inizio dell’anno (2018) quando ci siamo incontrate per la prima volta ad un tavolo assieme alla coordinatrice del Lazio dell’Associazione Hikikomori Italia Anna Laura Bergesi per discutere di una possibile collaborazione…ed è stato “amore professionale” a prima vista. Da poco eravamo entrate a conoscenza di questo fenomeno sconosciuto ai più nel nostro paese, difficile anche da ricordare come nome. A quell’ incontro sono seguite letture appassionanti nazionali (grazie soprattutto al fondatore dell’Associazione Marco Crepaldi) ed internazionali, incontri con i genitori che vivono questa condizione ogni giorno (durante i gruppi di auto/mutuo aiuto) e colloqui con alcuni ragazzi che hanno destrutturato ogni tipologia di setting che fino ad allora conoscevamo.

Abbiamo così iniziato questo viaggio che ci ha portato a conoscere gente con una grande sensibilità e capacità proattiva, in grado di mettersi in gioco per aiutare i propri figli e di condividere con gli altri genitori dolore e speranze.

In questi mesi abbiamo svolto seminari, contattato scuole, incontrato colleghi, progettato iniziative che ci vedranno protagonisti da settembre.

Ora ci piacerebbe condividere questo viaggio con voi, con una serie di articoli che trattano l’argomento sotto diverse angolature, il primo, essenziale, serve ad entrare nel mondo degli Hikikomori.

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Gruppi di auto mutuo aiuto per genitori di ragazzi in isolamento sociale volontario

 

[Questo articolo è stato scritto congiuntamente dalla Dott.ssa Rosanna D’Onofrio e dalla Dott.ssa Chiara Illiano]

“L’approccio dell’ auto/mutuo aiuto si fonda sulla convinzione che il gruppo racchiuda in sé le potenzialità di promuovere dinamiche di aiuto reciproco tra i suoi membri. Che cos’è il mutuo aiuto? E’ semplicemente quel fenomeno per cui i membri di un gruppo, mentre riflettono su una data questione, si aiutano reciprocamente” (Steinberg, 2002 p. 11)

ruceI Gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) sono una particolare metodologia di trattamento che si fonda sul principio fondamentale “tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo”. Si basano sul principio della mutualità, ossia sviluppano la creazione di uno spazio volto a generare uno processo di aiuto, un sostegno reciproco tra chi sta vivendo la stessa situazione (o simile) e a favorire l’impegno sia per se stessi che per gli altri.  Si appoggiano sul bisogno, insito in ognuno di noi, di cooperare e di compartecipare emotivamente con i propri simili. Sono stati introdotti nel campo degli Alcolisti Anonimi ma oggi vengono utilizzati in molte forme di disagio: gioco d’azzardo, disturbi di ansia, depressione, sostegno a gravi malattie organiche e, nel nostro caso, con genitori che condividono un’esperienza comune, il disagio di un figlio che ha deciso “volontariamente” di isolarsi dalla società e nei casi più gravi, anche dalla propria famiglia.

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Tutti gli errori da non commettere con una persona che sta vivendo un momento difficile

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Un giorno un collega ha deciso di raccogliere tutti (o quasi) i pregiudizi esistenti sulla figura dello psicologo. Tra questi ce ne era uno che recitava più o meno così: perché devo rivolgermi ad uno psicologo quando ho i miei amici?

Fermo restando che l’importanza di una rete sociale e amicale è prerequisito essenziale per il benessere individuale, a volte questa da sola non basta. Siamo tutti ottimi dispensatori di consigli ma il problema è proprio questo: lo psicologo, al contrario di quanto molti credano, non consiglia! Se io parlo con un mio amico che mi chiede un parere, soprattutto se “recente”, premetto sempre che sta parlando con un’amica, non con una psicologa! Certo, è un’amica con competenze di psicologia…ma in quel momento è pur sempre un’amica che fornisce il proprio punto di vista e che può dare un consiglio da seguire o meno a discrezione dell’interlocutore.

Perché allora molto spesso ci sentiamo impotenti, quasi inutili a volte? Perché spendiamo tanto tempo con una persona a cui teniamo che fa tutto tranne seguire i nostri consigli? Perché siamo tutti esseri umani! Se bastasse solo ricevere un consiglio da una persona saggia saremmo tutti liberi da problemi e privi di stress!

E invece…”hai ragione ma non riesco“, “so che dovrei fare in questo modo ma c’è qualcosa che mi blocca” etc etc…

Quante volte ce lo siamo sentito ripetere o lo abbiamo ripetuto noi stessi?

Quella persona non va bene per me – eppure continuo a frequentarla

Dovrei lasciare il mio lavoro – eppure continuo a vivere in quel posto infernale

Dovrei frequentare la palestra e mettermi a dieta – eppure eccomi qui sul divano a sgranocchiare patatine

Dopo aver parlato, in questo articolo, di come essere di aiuto ad una persona a cui teniamo, ora passiamo all’esatto contrario!

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L’importanza di ESSERCI

L’altro giorno su internet ho trovato questa immagine che mi ha fatto riflettere sulle relazioni, l’ascolto e la capacità di aiutare gli altri; riflessioni che uno psicologo non può, e non deve, tralasciare.

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Quanta verità in una semplice frase…

Sovente mi capita di parlare con amici e conoscenti, ma anche di scambiare due parole sui social con “sconosciuti”, che mi chiedono aiuto perché non sanno come comportarsi in una situazione particolare che coinvolge una persona a cui tengono (un lutto, una perdita, una separazione, o anche solo un problema di vario genere/ difficoltà quotidiana): “tu che sei psicologa, cosa devo fare?”.

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