Hikikomori (Pt. 4): L’Hikikomori è una patologia? Tra disagio e aspetti di personalità

Ma quindi l’ Hikikomori è una psicopatologia?

Hikikomori è una condizione, un modo di essere, non un sintomo di un disturbo psichiatrico (Saito, 2003).

La quasi totalità della letteratura internazionale sostiene che Hikikomori non è una patologia ma una condizione, un fenomeno sociale che può riguardare ogni società economicamente sviluppata.

isolamento-300x237Hikikomori non è solo una passiva reazione ad una società patologica ma potrebbe essere un atto intenzionale di scoperta del Sé (Rubinstein, 2016). Chi diventa Hikikomori lo fa per costruire una narrativa personale significativa in un percorso privo di confusione e stress, essere Hikikomori attribuisce alla persona una definizione di ruolo attraente (Rosenthal, Zimmerman 2013) in cui esplorare se stesso, gli altri e la società in generale. In alcuni casi l’Hikikomori può essere visto come una conveniente e chiara scelta di non essere coinvolto in un conflitto tra aspettative comportamentali contrastanti: da una parte la spinta della società (e aggiungiamo della famiglia) a realizzarsi e dall’altra parte la stessa società che ci prospetta un futuro incerto, prive di sicurezze economiche e sociali. Di fronte a tutto questo l’ Hikikomori sceglie attivamente (non passivamente) di non partecipare a questo conflitto e di tirarsene fuori.

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Hikikomori (Pt.3): Quali sono le cause e come si diventa isolati sociali?

100057190-8be4a7dc-a618-4693-ad40-4f03d044c798Nei precedenti articoli abbiamo affrontato il fenomeno descrivendo le caratteristiche principali, ora entriamo un po’ più nel dettaglio di ciò che porta una persona a ritirarsi dalla vita sociale e come si sviluppa questo isolamento

Ma come si diventa Hikikomori?

Per Tamaki Saito può essere per puro caso: Chiunque può diventarlo, anche se alcune persone affermano il contrario. Può cominciare per il semplice caso. L’atteggiamento dei genitori nei tuoi confronti, la scuola che frequenti, dove vivi… tutti questi fattori combinati assieme posso portare a farti diventare un hikikomori o meno.

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Hikikomori (Pt. 2): Cosa significa fenomeno sociale?

BN-GP883_LAB_il_P_20150126115808Come affermato nel precedente articolo, l’ Hikikomori è una spinta all’isolamento causata da pressioni sociali presente potenzialmente in tutti i paesi economicamente sviluppati. Ma cosa significa questo? Cosa si intende per pressione sociale e fenomeno sociale?

Come nella maggior parte dei casi, ogni tipo di disagio non può essere letto esclusivamente su un versante individualista: siamo esseri sociali ed in quanto tali inseriti in un sistema di comunicazioni e di relazioni.  Ed è con questo sistema che dobbiamo fare i conti: la causalità non è di tipo lineare, bensì circolare, quindi tutti gli attori in gioco (individuo, famiglia, pari e società) influenzano il sistema e ne sono influenzati.

Quando si parla di pressione sociale si intendono tutte quelle spinte di realizzazione presenti nelle società economicamente sviluppate: ricerca del successo, conformità al gruppo, essere i numeri uno a scuola, nel gruppo di pari, nel proprio lavoro e nella propria realtà relazionale.

In Giappone, come vedremo, tutto questo è ancora più evidente e ricercato: la pressione è fondante dell’intera cultura nipponica. Ma facciamo un passo indietro.

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Hikikomori (PT.1): Caratteristiche del fenomeno

Hikikomori-ItaliaEra da poco passato l’inizio dell’anno (2018) quando ci siamo incontrate per la prima volta ad un tavolo assieme alla coordinatrice del Lazio dell’Associazione Hikikomori Italia Anna Laura Bergesi per discutere di una possibile collaborazione…ed è stato “amore professionale” a prima vista. Da poco eravamo entrate a conoscenza di questo fenomeno sconosciuto ai più nel nostro paese, difficile anche da ricordare come nome. A quell’ incontro sono seguite letture appassionanti nazionali (grazie soprattutto al fondatore dell’Associazione Marco Crepaldi) ed internazionali, incontri con i genitori che vivono questa condizione ogni giorno (durante i gruppi di auto/mutuo aiuto) e colloqui con alcuni ragazzi che hanno destrutturato ogni tipologia di setting che fino ad allora conoscevamo.

Abbiamo così iniziato questo viaggio che ci ha portato a conoscere gente con una grande sensibilità e capacità proattiva, in grado di mettersi in gioco per aiutare i propri figli e di condividere con gli altri genitori dolore e speranze.

In questi mesi abbiamo svolto seminari, contattato scuole, incontrato colleghi, progettato iniziative che ci vedranno protagonisti da settembre.

Ora ci piacerebbe condividere questo viaggio con voi, con una serie di articoli che trattano l’argomento sotto diverse angolature, il primo, essenziale, serve ad entrare nel mondo degli Hikikomori.

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Gruppi di auto mutuo aiuto per genitori di ragazzi in isolamento sociale volontario

 

[Questo articolo è stato scritto congiuntamente dalla Dott.ssa Rosanna D’Onofrio e dalla Dott.ssa Chiara Illiano]

“L’approccio dell’ auto/mutuo aiuto si fonda sulla convinzione che il gruppo racchiuda in sé le potenzialità di promuovere dinamiche di aiuto reciproco tra i suoi membri. Che cos’è il mutuo aiuto? E’ semplicemente quel fenomeno per cui i membri di un gruppo, mentre riflettono su una data questione, si aiutano reciprocamente” (Steinberg, 2002 p. 11)

ruceI Gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) sono una particolare metodologia di trattamento che si fonda sul principio fondamentale “tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo”. Si basano sul principio della mutualità, ossia sviluppano la creazione di uno spazio volto a generare uno processo di aiuto, un sostegno reciproco tra chi sta vivendo la stessa situazione (o simile) e a favorire l’impegno sia per se stessi che per gli altri.  Si appoggiano sul bisogno, insito in ognuno di noi, di cooperare e di compartecipare emotivamente con i propri simili. Sono stati introdotti nel campo degli Alcolisti Anonimi ma oggi vengono utilizzati in molte forme di disagio: gioco d’azzardo, disturbi di ansia, depressione, sostegno a gravi malattie organiche e, nel nostro caso, con genitori che condividono un’esperienza comune, il disagio di un figlio che ha deciso “volontariamente” di isolarsi dalla società e nei casi più gravi, anche dalla propria famiglia.

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Tutti gli errori da non commettere con una persona che sta vivendo un momento difficile

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Un giorno un collega ha deciso di raccogliere tutti (o quasi) i pregiudizi esistenti sulla figura dello psicologo. Tra questi ce ne era uno che recitava più o meno così: perché devo rivolgermi ad uno psicologo quando ho i miei amici?

Fermo restando che l’importanza di una rete sociale e amicale è prerequisito essenziale per il benessere individuale, a volte questa da sola non basta. Siamo tutti ottimi dispensatori di consigli ma il problema è proprio questo: lo psicologo, al contrario di quanto molti credano, non consiglia! Se io parlo con un mio amico che mi chiede un parere, soprattutto se “recente”, premetto sempre che sta parlando con un’amica, non con una psicologa! Certo, è un’amica con competenze di psicologia…ma in quel momento è pur sempre un’amica che fornisce il proprio punto di vista e che può dare un consiglio da seguire o meno a discrezione dell’interlocutore.

Perché allora molto spesso ci sentiamo impotenti, quasi inutili a volte? Perché spendiamo tanto tempo con una persona a cui teniamo che fa tutto tranne seguire i nostri consigli? Perché siamo tutti esseri umani! Se bastasse solo ricevere un consiglio da una persona saggia saremmo tutti liberi da problemi e privi di stress!

E invece…”hai ragione ma non riesco“, “so che dovrei fare in questo modo ma c’è qualcosa che mi blocca” etc etc…

Quante volte ce lo siamo sentito ripetere o lo abbiamo ripetuto noi stessi?

Quella persona non va bene per me – eppure continuo a frequentarla

Dovrei lasciare il mio lavoro – eppure continuo a vivere in quel posto infernale

Dovrei frequentare la palestra e mettermi a dieta – eppure eccomi qui sul divano a sgranocchiare patatine

Dopo aver parlato, in questo articolo, di come essere di aiuto ad una persona a cui teniamo, ora passiamo all’esatto contrario!

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L’importanza di ESSERCI

L’altro giorno su internet ho trovato questa immagine che mi ha fatto riflettere sulle relazioni, l’ascolto e la capacità di aiutare gli altri; riflessioni che uno psicologo non può, e non deve, tralasciare.

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Quanta verità in una semplice frase…

Sovente mi capita di parlare con amici e conoscenti, ma anche di scambiare due parole sui social con “sconosciuti”, che mi chiedono aiuto perché non sanno come comportarsi in una situazione particolare che coinvolge una persona a cui tengono (un lutto, una perdita, una separazione, o anche solo un problema di vario genere/ difficoltà quotidiana): “tu che sei psicologa, cosa devo fare?”.

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Ecco perché (Pt. II) Mr Darcy ci ha rovinato la vita…

Questo articolo nasce da un’allegra conversazione con la mia amica, la Dott.ssa Chiara Illiano, che  l’altra sera mi ha chiesto: “Hai letto il mio articolo su Dirty Dancing?” ed io “Certo, l’ho anche “likeato” su Facebook!…Però, pensandoci, l’uomo che mi ha veramente “rovinato” la vita è LUI …  Mr Darcy!”.

Orgoglio_e_pregiudizio_largeDa questo scambio divertito di battute è nata l’idea di scrivere queste poche righe su quel LUI, il bel tenebroso che ha fatto sognare intere generazioni di “fanciulle” dal 1813, anno della pubblicazione del romanzo “Orgoglio e Pregiudizio”, ad oggi.  Per chi non conoscesse la trama del romanzo (c’è qualcuno che non la conosce?!?) Mr Darcy è il protagonista maschile, un uomo severo e orgoglioso, descritto come superbo e poco socievole dagli altri, ma anche capace di gesti di grande generosità e di sentimenti profondi.  La sua storia si intreccia, nel romanzo, con quella della protagonista, Elizabeth Bennet, una delle eroine più riuscite nate dal genio creativo di Jane Austen.

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Ecco perchè Dirty Dancing ci ha rovinato la vita…

Dirty-Dancing-770x460Sono passati 31 anni da quando il film Dirty Dancing è arrivato nelle sale cinematografiche e, ancora oggi, milioni di donne rivedono con gli “occhi a cuoricino” e sognano che arrivi un Johnny a portarle via.

Io faccio parte di quella generazione, delle “ragazze” nate negli anni 80 (o giù di lì) che sono state “rapite” da questo bellissimo (parliamoci chiaro, è veramente bellissimo!) film e dai suoi protagonisti.

La generazione precedente era stata conquistata da “Il tempo delle mele” che, diciamolo, era sicuramente più accessibile per le ragazze: lui e lei si conoscono ad una festa e si innamorano. Semplice, no?

Nel caso di Dirty Dancing, invece, le cose si “complicano” e non poco…arrivando a “rovinare un’intera generazione di donne”. Vediamo come…

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Cambiare rimanendo se stessi…

resistenza-al-cambiamentoQualche tempo fa venne una persona da me, doveva risolvere delle problematiche lavorative legate all’ansia. Durante il primo colloquio mi disse una semplice frase: “dottoressa io non voglio cambiare, mi piaccio così!”. “Menomale gli risposi io perchè questo non è il nostro obiettivo!”. Lui si fece una risata ed iniziammo il percorso di terapia.

I falsi miti (pregiudizi vedi articolo) sulla psicoterapia sono tanti e, alcuni, in effetti potrebbero anche essere veri da un certo punto di vista. Il cambiamento nella persona avviene, per carità, ma dipende sempre dal cambiamento che si vuole ottenere e dall’obiettivo da raggiungere.

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