Hikikomori (Pt. 2): Cosa significa fenomeno sociale?

BN-GP883_LAB_il_P_20150126115808Come affermato nel precedente articolo, l’ Hikikomori è una spinta all’isolamento causata da pressioni sociali presente potenzialmente in tutti i paesi economicamente sviluppati. Ma cosa significa questo? Cosa si intende per pressione sociale e fenomeno sociale?

Come nella maggior parte dei casi, ogni tipo di disagio non può essere letto esclusivamente su un versante individualista: siamo esseri sociali ed in quanto tali inseriti in un sistema di comunicazioni e di relazioni.  Ed è con questo sistema che dobbiamo fare i conti: la causalità non è di tipo lineare, bensì circolare, quindi tutti gli attori in gioco (individuo, famiglia, pari e società) influenzano il sistema e ne sono influenzati.

Quando si parla di pressione sociale si intendono tutte quelle spinte di realizzazione presenti nelle società economicamente sviluppate: ricerca del successo, conformità al gruppo, essere i numeri uno a scuola, nel gruppo di pari, nel proprio lavoro e nella propria realtà relazionale.

In Giappone, come vedremo, tutto questo è ancora più evidente e ricercato: la pressione è fondante dell’intera cultura nipponica. Ma facciamo un passo indietro.

L’amae ed il ruolo della vergogna

Come-superare-la-paura-e-la-vergogna-senso-di-colpaPer comprendere ancora di più questo fenomeno, dobbiamo spiegare due concetti su cui si fonda la cultura e la società giapponese. L’amae è un rapporto di dipendenza simbiotica tra madre e figlio. Beh cosa c’è di nuovo? Gli addetti ai lavori sanno che nelle prime fasi dell’attaccamento questo è naturale! La differenza è proprio questa: in Giappone l’amae è un concetto naturalizzato che va oltre i primi mesi di vita: è qualcosa verso cui aspirare per tutto il corso della vita. Gli ideali a cui tendere sono due: l’essere indulgenti verso l’altro e l’essere dipendenti dal prossimo. Il gruppo nel paese nipponico è fondamentale e fondante di una buona società: l’individualità viene dimenticata ed accantonata in favore del gruppo, la conformità di pensiero nei confronti degli altri è la strada giusta da seguire per essere un buon giapponese. Da qui la vergogna che nasce se si “esce dai binari”, ossia la paura del giudizio degli altri che impernia ogni istante della vita. E’ facile comprendere come un Hikikomori vada contro il concetto di gruppo e come, questo, non possa che essere fonte di vergogna per la persona (che decide quindi di ritirarsi) e per la famiglia (che lo spinge ancora di più all’isolamento). Fino a 60 anni fa, in Giappone, c’era una camera di isolamento, Zashikiro, in cui venivano chiuse le persone definite “malate di mente”. Era una camera all’interno dell’abitazione in cui la famiglia letteralmente chiudeva la persona “malata”, privandola così di cure e interventi riabilitativi. Ora questa camera di isolamento non esiste più ma rimane nella memoria di tanti giapponesi, compresi i ragazzi in isolamento che ne hanno sentito parlare e continuano a sentirne parlare…non sono curiose l’analogia e l’aspetto simbolico che lega zashikiro e la scelta di isolarsi volontariamente in una camera della propria casa?

Un altro concetto fondante della cultura giapponese è che ogni tipologia di problema (soprattutto quelli psicologici/psichiatrici) debba essere risolto dalla famiglia. I farmaci e la psicoterapia non vengono presi in considerazione a meno che non si arrivi alla disperazione…molti ricercatori, infatti, riportano proprio questo aspetto complicato e fonte di ulteriore disagio: arrivano a loro famiglie con ragazzi in isolamento da anni, abbandonati a se stessi senza un intervento idoneo e avendo sviluppato ormai numerose psicopatologie.

Ma cosa succede in Italia?

Nel nostro paese, fortunatamente, la situazione è diversa. I genitori della nostra associazione si rivolgono a noi in tempi più o meno brevi, anche se la loro strada non è stata semplice. Internet ha favorito una presa di coscienza sul fenomeno e l’attività di Hikikomoriitalia.it ha permesso a molti genitori di comprendere la situazione del figlio e di dargli un nome. Certo, abbiamo anche genitori con figli in isolamento da anni che hanno provato ogni tipo di intervento, sentito numerosi specialisti che non sono stati in grado di identificare il disagio nel modo corretto…ma abbiamo anche famiglie che si sono attivate dopo poche settimane o mesi, permettendo al disagio di non strutturarsi in modo rigido ed invalidante.

Purtroppo anche in Italia, come nelle altre realtà mondiali, c’è la tendenza a pensare che sia solo una fase, che possa passare da sé…in alcuni casi, ovviamente, ciò accade, ma nella maggior parte (come per ogni disagio) avviene esattamente il contrario: si cronicizza e l’intervento diventa più complicato e doloroso per tutte le parti in causa.

Secondo l’antropologa Carla Ricci Hikikomori rappresenta uno dei tanti esiti imprevisti delle società contemporanee più “ricche”…  quei giovani hanno colto senza saperlo l’oscurità che regna “fuori” e fuori non ci vogliono stare, anche se non ne sanno i motivi.

Featured-figli-che-non-parlano-con-i-genitoriQuindi anche nel nostro paese, la pressione c’è: l’essere un figlio perfetto, un amico fidato, un bravo studente, un ottimo lavoratore… Tutto questo viene chiesto da una società che offre poco o nulla ai ragazzi: non c’è stabilità lavorativa, il futuro e tutto tranne che certo, i messaggi dei genitori e delle famiglie sono contraddittori, ai ragazzi viene chiesto di apparire e poco di essere, i contatti ormai si hanno soprattutto online, la ricerca del bello sembra essere uno dei principali valori della nostra società.

Questa non vuole essere una critica a 360 gradi della nostra società, delle istituzioni e dei media, ma una fonte di riflessione che ci vede tutti protagonisti di questo come di altri fenomeni sociali e/o devianti.

E allora cerchiamo di comprendere il nostro ruolo ed il senso che ha il ritiro sociale per un ragazzo che sceglie attivamente di non partecipare a questo gioco al massacro, ma che cerca di uscire da questo sistema di pressioni volto al raggiungimento di un livello di realizzazione che solo pochi di noi riescono a toccare e non con pochi sacrifici (fisici, psicologici e relazionali).

Non possiamo chiedere ad una persona di cambiare se noi in primis non ci assumiamo la responsabilità di cambiare noi stessi e la realtà che ci circonda.

[Questo articolo è stato scritto congiuntamente dalla Dott.ssa Chiara Illiano e dalla Dott.ssa Rosanna D’Onofrio]

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Informazioni su Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica. Formatrice e docente. Socia fondatrice dell'associazione Psicoius
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