Ma quindi l’ Hikikomori è una psicopatologia?
Hikikomori è una condizione, un modo di essere, non un sintomo di un disturbo psichiatrico (Saito, 2003).
La quasi totalità della letteratura internazionale sostiene che Hikikomori non è una patologia ma una condizione, un fenomeno sociale che può riguardare ogni società economicamente sviluppata.
Hikikomori non è solo una passiva reazione ad una società patologica ma potrebbe essere un atto intenzionale di scoperta del Sé (Rubinstein, 2016). Chi diventa Hikikomori lo fa per costruire una narrativa personale significativa in un percorso privo di confusione e stress, essere Hikikomori attribuisce alla persona una definizione di ruolo attraente (Rosenthal, Zimmerman 2013) in cui esplorare se stesso, gli altri e la società in generale. In alcuni casi l’Hikikomori può essere visto come una conveniente e chiara scelta di non essere coinvolto in un conflitto tra aspettative comportamentali contrastanti: da una parte la spinta della società (e aggiungiamo della famiglia) a realizzarsi e dall’altra parte la stessa società che ci prospetta un futuro incerto, prive di sicurezze economiche e sociali. Di fronte a tutto questo l’ Hikikomori sceglie attivamente (non passivamente) di non partecipare a questo conflitto e di tirarsene fuori.
Nei precedenti articoli abbiamo affrontato il fenomeno descrivendo le caratteristiche principali, ora entriamo un po’ più nel dettaglio di ciò che porta una persona a ritirarsi dalla vita sociale e come si sviluppa questo isolamento
Come affermato nel
Era da poco passato l’inizio dell’anno (2018) quando ci siamo incontrate per la prima volta ad un tavolo assieme alla coordinatrice del Lazio dell’
I Gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA) sono una particolare metodologia di trattamento che si fonda sul principio fondamentale “tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo”. Si basano sul principio della mutualità, ossia sviluppano la creazione di uno spazio volto a generare uno processo di aiuto, un sostegno reciproco tra chi sta vivendo la stessa situazione (o simile) e a favorire l’impegno sia per se stessi che per gli altri. Si appoggiano sul bisogno, insito in ognuno di noi, di cooperare e di compartecipare emotivamente con i propri simili. Sono stati introdotti nel campo degli Alcolisti Anonimi ma oggi vengono utilizzati in molte forme di disagio: gioco d’azzardo, disturbi di ansia, depressione, sostegno a gravi malattie organiche e, nel nostro caso, con genitori che condividono un’esperienza comune, il disagio di un figlio che ha deciso “volontariamente” di isolarsi dalla società e nei casi più gravi, anche dalla propria famiglia.

Da questo scambio divertito di battute è nata l’idea di scrivere queste poche righe su quel LUI, il bel tenebroso che ha fatto sognare intere generazioni di “fanciulle” dal 1813, anno della pubblicazione del romanzo “Orgoglio e Pregiudizio”, ad oggi. Per chi non conoscesse la trama del romanzo (c’è qualcuno che non la conosce?!?) Mr Darcy è il protagonista maschile, un uomo severo e orgoglioso, descritto come superbo e poco socievole dagli altri, ma anche capace di gesti di grande generosità e di sentimenti profondi. La sua storia si intreccia, nel romanzo, con quella della protagonista, Elizabeth Bennet, una delle eroine più riuscite nate dal genio creativo di Jane Austen.
Sono passati 31 anni da quando il film Dirty Dancing è arrivato nelle sale cinematografiche e, ancora oggi, milioni di donne rivedono con gli “occhi a cuoricino” e sognano che arrivi un Johnny a portarle via.
Qualche tempo fa venne una persona da me, doveva risolvere delle problematiche lavorative legate all’ansia. Durante il primo colloquio mi disse una semplice frase: “dottoressa io non voglio cambiare, mi piaccio così!”. “Menomale gli risposi io perchè questo non è il nostro obiettivo!”. Lui si fece una risata ed iniziammo il percorso di terapia.